Dipende da te

Tentativi di riflessioni pseudo-sociologiche del nostro Simone Digrandi. Una sorta di analisi introspettiva, per una certezza: in un mondo che non fa autocritica, nessuno di noi si rende conto di quanto il proprio modo di vedere - e gestire - cose e rapporti umani sia causa di tante cose, positive e negative. "Dipende da te" è anche un libro, pubblicato a Gennaio 2016 da Wordmage Edizioni.

Il bene si fa in silenzio o il silenzio non fa bene?

Esporsi al pubblico, salire su un palco, dire certe cose a voce, virtualmente o in entrambe le maniere, fare una buona azione e raccontarlo pubblicamente, non sono certamente cose facili: serve coraggio, forza, devi vincere l'ansia e la paura; ma spesso tutto diventa più complicato se oltre a questo devi anche andare dietro a chi ti attacca perchè ritiene che tutta questa tua esposizione - virtuale o reale che sia - non rappresenti la cosa giusta. A prescindere, perchè lo fai.

Ci ho riflettuto tanto, in queste settimane: ho pensato a chi, come tanti ragazzi che conosco, stanno girando l'Italia in lungo e in largo lanciando messaggi importanti sulla legalità, l'altruismo, la risoluzione di problematiche di una certa sostanza; o a chi come me gira in Sicilia da qualche tempo (cosa insignificante rispetto a tante altre avventure di un certo peso) ma sopratutto a chi, molti anche giovanissimi, si stanno affacciando da poco nel mondo di "chi vuole dire le cose" e magari rischia di soccombere davanti a critiche e attacchi. E' anche vera una cosa: l'esposizione pubblica, le parole che colpiscono, l'essere invitato in più posti a parlare, il consenso, i complimenti, sono cose che rischiano di "fartela sentire grossa" facendoti dimenticare quale sia la missione che hai scelto.Ma tutto questo non giustifica automaticamente chi, "a prescindere" ti dice che è sbagliato farti vedere.

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Ma è sempre il caso di fare la morale? Ezio Bosso e i soliti processi social

Di Simone Digrandi - È chiaro. Siamo rimasti tutti di stucco, scoprendo - in una serata televisiva che non ti aspettavi finisse così - la figura di Ezio Bosso, che molti - io per primo - non conoscevamo. Lui arriva, a Sanremo, non ci parla solo di musica, fa di più: ci dà un tostissimo esempio di vita lanciando un messaggio che ci colpisce, rapidamente. Ma nonostante dovesse essere tutto così chiaro a chiunque, ecco che il giorno dopo, come sempre, arriva il momento del controprocesso: un'accusa che per la prima volta non attacca la persona, l'artista, l'uomo, ma tutti noi, colpevoli solo di aver apprezzato ciò che era successo. Ed ecco che ancora una volta emerge la solita storia: siamo sempre tutti pronti a processare chiunque a mezzo social, per qualsiasi motivo, in qualsiasi modo.

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Se "non dipende da me" (e allora non ti lamentare)

Di Simone Digrandi - L'avevo detto in maniera un po' provocatoria, durante l'intervento alla prima presentazione di "Dipende da te" divenuto libro, il 3 gennaio scorso: se ci lamentiamo tutti dei comportamenti sbagliati degli altri, fondamentalmente allora non siamo tutti in preda a comportamenti sbagliati? E da questo circolo vizioso, c'è modo di uscirne? Guardando la citazione che pubblico in questo articolo, e che ho beccato grazie ai numerosi miei 'follower' di Instagram che l'hanno repostato o pubblicato con una screen, penso che sia tutto così tanto chiaro che i commenti, o le spiegazioni, siano ben poche. La tendenza è peggiore di quanto pensassi, ed in molti casi c'è una volontà chiara: davanti agli altri che sbagliano, io continuo a sbagliare, ovvero se io ho un carattere di merda, continuo a tenermelo dato che gli altri ce l'hanno pure. Bene, ma allora se tutti facciamo questo ragionamento, come se ne esce? Un paragone sarà utile.

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“Dipende da te”, il libro del nostro Simone dedicato a chi vuole dare una svolta

La città e non solo ha risposto molto bene con la sua folta presenza, segno di un forte interesse per ciò che questo ragazzo insieme ai suoi “compari” delle realtà che vive ha fatto, continua a fare per la sua amata comunità iblea, ma soprattutto per il messaggio che con questo testo vuole lanciare, rivolto specialmente ai giovani volendo infondere loro il coraggio di mettersi in gioco. Un libro dove gli appunti personali legati alle tante esperienze positive e negative si traducono in piccoli suggerimenti scritti da un giovane per i giovani, e non solo. Il libro, infatti, si rivolge a chi, per un qualsiasi motivo, non riesce a ingranare la marcia restando così fermo ad aspettare qualcosa o qualcuno.

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"Dipende da te" diventa un libro

"Dipende da te" è una rubrica che su questo sito era stata interrotta, ma per un motivo importante: le riflessioni, la voglia di spingere verso un nuovo modo di vedere le cose, le persone, il proprio agire, è diventato un libro, scritto in questi anni e che proprio così si chiama. Autore il nostro Simone Digrandi, e verrà presentato il prossimo 3 Gennaio. Editore, la giovane casa editrice Wordmage Edizioni.

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A condividere le baggianate siamo tutti puntuali. A che ora faremo lo stesso con le cose serie?

Di Simone Digrandi - Che generazione è, quella che al momento di condividere le stupidaggini è sempre in prima linea, ma non fa lo stesso per urlare giustizia per il proprio futuro? Il riferimento, è ovviamente a quel qualcosa che, quando impazza sui social network, ci coinvolge fino al midollo. In questo caso, ci riferiamo al #neknomination, l’assurdo video “a catena” mediante il quale un amico “nomina” un altro amico sfidandolo, entro 24 ore, a bere un boccale di birra fino all’orlo, riprendendo la scena e postando il video su Facebook. Una moda che dilaga, specialmente tra le comitive, ma che, come facilmente prevedibile, non solo ha portato all’indignazione di molti, ma anche a quella del proprio organismo. Ed ecco la notizia, annunciata domenica scorsa sulle testate giornalistiche regionali, del primo ricoverato, ad Agrigento, per complicazioni dovute a questa stupidissima video-catena. Che poi, in molti casi già i singoli protagonisti del video, durante la registrazione, accusano tutta una serie di difficoltà fisiche sia nel completare l’opera, sia dopo. Ci si chiede però, davanti a tutto questo, una cosa precisa: al di là dell’ovvio aspetto eticamente negativo di questa singola moda, ma perché al momento di “condividere” le stupidaggini si è sempre pronti ed “in prima linea”, ma non si fa altrettanto per le cose serie? Perché fondamentalmente, se “fosse di moda” condividere messaggi pieni di impegno, nemmeno possiamo immaginarci quali possano essere le conseguenze – queste senz’altro tutte positive – di una “diffusione dell’azione positiva”.

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Il grande uomo lo ricordi veramente se lo vivi tu. Quello che (forse) non vorreste sentirvi dire in morte di Nelson Mandela

Di Simone Digrandi - Cos'è, di fatto, "onorare un grande"? Una domanda che sorge spontanea ancora di più se l'uomo è un simbolo, una pietra miliare, un agire costante che ha ribaltato un pezzo di umanità, un faro di speranza altamente rivoluzionario. E' quello che mi sto chiedendo da circa ventiquattro ore, cioè dal momento in cui l'annuncio della scomparsa di Nelson Mandela ha portato ognuno di noi a condividere sui social foto e frasi a lui dedicate.
Dopo dieci minuti dal lancio della prima agenzia, la mia home di Facebook si è immediatamente trasformata in un infinito listino di aforismi e citazioni che sta proseguendo tuttora. E su questo brainstorming di sano ricordo, mi chiedo quanto sia importante tutto questo, o meglio quanto possa esserlo per noi.
Diciamocelo chiaramente, anche se molto probabilmente non vorreste sentirvelo dire: perché condividiamo il suo pensiero? Lo facciamo perché in tal maniera - consapevolmente o inconsciamente - ci accodiamo ad una massa di buonisti dell'ultima ora - come se fosse il lasciapassare per essere considerati dalla rete in una certa maniera 'positiva', come a dire "devo farlo" - oppure perché sentiamo davvero la necessità di rendergli omaggio?
Probabilmente, e ce lo auguriamo, in noi sarà partito tutto dal secondo motivo; ma anche in questo caso, bisogna capire a cosa porterà il nostro 'omaggiare'. La chiave di tutto è unica quanto chiara: l'onore nei confronti di un Mandela sarà certamente il riconoscere ad una personalità forte di questo pianeta che è stato "un grande", celebrandolo e salutandolo a gran voce; ma se il suo esempio e le sue parole, pesanti come macigni, domani svaniranno come qualsiasi notizia della nostra home, noi dimostriamo di essere solo ed esclusivamente i soliti condivisori di "ciò che passa", senza dare il giusto peso a ciò che ci troviamo davanti.

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Se il giovane si sbraccia e dà vita alle cose (e ha coraggio)

Di Simone Digrandi - Spettacolo, evento, creatività, vitalità: in quest'ambito così complesso fino a poco fa era un tempo, inutile quanto assurdo, quello dell'eterna attesa. Quello durante il quale tutto era sostanzialmente immobile, e l'unica cosa che poteva definirsi viva era solo ed esclusivamente la 'lamentela'.
Abbiamo passato tanti anni, giovani e non, a lamentarci, in questa città e non solo. Un continuo ripetere incessantemente i soliti luoghi comuni misti a quella incapacità di "mettiri u itu nta l'acqua caura" dettata forse dal poco coraggio o dalla difficoltà ad intravedere una speranza, o da un pessimismo costante e continuo che ci impediva di vedere le cose come stanno. Erano i tempi del' "a Ragusa non si fa mai niente!" del "Nessuno riesce a organizzare nulla!" e del "La città è morta!". Forse doveva venire questa crisi totale, al punto che niente venisse più messo in cantiere, e forse doveva avvenire un piccolo grande miracolo: sta di fatto che oggi, settembre 2013, possiamo permetterci di dire qualcosa che ci fa pensare come non sempre il pessimismo la fa da padrona, e che in certi casi nasce un coraggio così particolare quanto improvviso.
E' il coraggio di diversi ragazzi di questa città, che nel 2013 sembrano potersi prendere la possibilità di scrivere righe diverse.
Sono le righe scritte da giovani che, nelle loro associazioni e realtà così come a partire dall'animo di ognuno di loro -fatto di pasta diversa e nuova- hanno cercato di fare qualcosa di buono. Sono le strade tracciate da chi ha riscoperto la bellezza della ragusanità, di un concetto di "essere cittadino" che doveva assolutamente tornare ad essere "creatore di qualcosa di buono" e non futile spettatore di un capoluogo fermo e "pieno di vuoto".

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DIPENDE DA TE

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