Manuale della serena convivenza (e coerenza d'azione)

Di Simone Digrandi - Una sfida: quella di realizzare qualcosa di troppo ma troppo speciale. E' quello che unisce le persone: gruppi, associazioni, partiti, movimenti. Una forma qualsiasi, un'essenza chiara: centrare l'obiettivo che accomuna menti diverse con lo stesso desiderio nel cuore. E' una virtù riuscire a fare questo. E un dono prezioso è il compagno che vuole condividere con te quella sfida. E' tutto bellissimo, quando si parte: entusiasmo, voglia di fare, idee che si accavallano l'una sull'altra, promozioni, belle frasi, tanto tanto colore, sia nella grafica sia nella mente.

Ma non basta l'entusiasmo. Un gruppo di persone è accomunato da qualcosa, ma deve anche mettere sul tavolo le diversità. Non siamo uguali, per niente. Se l'obiettivo è comune, ci sarà sempre qualcosa, anche un minimo, quasi inconsapevole aspetto, sul quale non la penseremo allo stesso modo. E, sempre se l'obiettivo è comune, non vuol dire che sia facilmente raggiungibile. Specialmente se non guardiamo agli errori che potremmo fare. Gli errori, questi sconosciuti! Specie quelli fatti inconsapevolmente, specie se la colpa è nostra che non ci pensiamo su. Non ci riflettiamo, spesso, sui nostri comportamenti. Li lasciamo andare, perché pensiamo di essere sempre dalla parte della ragione, quando invece proprio un nostro errore, comportamentale o "di scelta" rischia di rovinare tutto. Come fare a non sbagliare? Ci proviamo con questo articolo.

Il problema è legato ad un fattore sociologico. Un difetto comportamentale che si avvicina a tutta quella serie di studi dei post-weberiani, da Merton a Parsons, a Simon, che, nell'ambito della sociologia dell'organizzazione, criticano l'idealtipo weberiano della perfezione dell'"uomo amministrativo" spiegando che a volte l'uomo, senza accorgersene, passa da un comportamento teso al raggiungimento di un obiettivo ad un "ritualismo", ovvero al lavorare "per il niente", pensando egoisticamente a come "vivere la propria posizione dentro il gruppo" e basta. Alcuni di loro applicano questo principio al funzionario pubblico, oggetto principale degli studi di Weber, ma altri citavano l'esempio dei partiti, in particolare di quello socialdemocratico tedesco, dove da un combattere per un fine si passava al comportamento ritualistico "teniamo in vita i circoli, apriamoli, e andiamo avanti".

Come applicare tutto questo alla nostra domanda? Semplice. Se i sociologi post-weberiani parlavano dell'alto rischio di spostarsi dal "combattere" al "vivere il normale" qui l'alto rischio è il passare dal combattere per un fine al combattere dentro il gruppo, perché non c'è più sintonia o qualcuno sbaglia senza accorgersene. Tra il sociologico e il nostro articolo c'è un punto comune: la perdita dell'obiettivo, o meglio, il cambio di comportamento. Quale la ricetta per evitare di perderci e sbagliare l'obiettivo? Semplice. Seguire delle istruzioni. E' per questo che vogliamo, in poche righe, dare vita ad un manuale della serena convivenza. Vogliamo spiegare in che modo un gruppo può evitare di disgregarsi e continuare a combattere. Come tutti i manuali, ci vogliono quindi delle indicazioni, delle avvertenze. Ecco cosa, a parer nostro, deve essere ricordato:

1. Il capo è un leader, non un dittatore. Se il gruppo elegge un punto di riferimento, o il gruppo stesso nasce attorno ad esso, questi deve mantenere un comportamento autorevole, non autoritario. In un partito, in un movimento, in un gruppo informale, non sei il capo supremo. Sei una persona che deve sapere guidare gli altri, ma devi anche saperli ascoltare, valorizzare, accettare le proposte, anche quelle contrarie alle tue se sono valide, e non imporre sempre il tuo pensiero. Nessuno ti ha dato il dogma dell'infallibilità papale. Un capo è quello che prende una decisione condivisa con gli altri, che indica la strada, non che la impone minacciando. E' normale che quando qualcuno sbaglia, il leader deve riprenderlo, ma ciò non vuol dire comportarsi in maniera autoritaria sempre. Mettersi nei panni degli altri è importante per capire "quanto sei seguito come leader". Mettersi sempre in discussione, riflettendo sul proprio comportamento cercando di capire se è autorevole, e non autoritario. Evitare parole che sanno di comando, imposizione, evitare il meccanismo letterale del "o con me o contro di me" nonché il "o fai come ti dico io o sei fuori".

2. La tua idea non sempre è quella giusta. Ascolta gli altri. Quando un gruppo deve prendere una decisione e una posizione, non sempre la tua idea è quella giusta. Ascolta tutti, e non imporre il tuo pensiero come perfetto se gli altri ti fanno notare che per ragioni dimostrabili non può essere la scelta corretta. Ci sono stati casi, recentemente, in un determinato partito, in cui una scelta è stata contestata da una maggioranza della base, dimostrando che era una scelta che portava ad un insuccesso dal punto di vista elettorale. Molti hanno deciso di andare via, ma chi aveva deciso ha proseguito tranquillamente andando avanti, nonostante il partito perdesse pezzi ogni settimana. E infatti, i risultati si sono visti.

3. Valorizza sempre chi fa parte del tuo gruppo. Se l'obiettivo accomuna, ci sono anche delle differenze meravigliose. Sono quelle legate a tutti i talenti, così diversi, di tutti coloro che entrano nel gruppo. Ognuno avrà una particolarità, una competenza, un'idea. Valorizzarla sempre, dare un giusto incarico e compito, in modo che lui si senta protagonista e senta sua la mission che vi siete prefissata. E' una cosa bellissima, e fa capire a quella persona che sta nel posto giusto. Ovvio che ci sono delle regole, ma bisogna anche dare tanto spazio e tanta voce.

4. In una discussione, non si aggredisce. Si parla. Quante riunioni sono andate male non per il problema in sè ma perché si sono alzati i toni, non si è capito niente e si è finita male semplicemente per le brutte parole volate? Quando c'è un problema, non si discute animatamente. Si dà spazio al discorso di ognuno e si cerca di valutare.

5. Saremo prima o poi capaci di ammettere di sbagliare? Come detto al punto 2, ci sono le scelte sbagliate, quelle fatte anche quando tutto il tuo gruppo ti avvisa. Il gruppo che metterà l'umiltà al primo posto, il leader che avrà il coraggio di ammettere un errore: sono le virtù di qualcosa che funzionerà davvero, perché si riuscirà ad essere obiettivi.

6. Per evitare l'errore, riflettete. Vogliamo evitare di arrivare a situazioni di cui al punto 2 e 5? Utilizzando la sublime arte della riflessività, si aspetta, e si cerca di capire qual'è la scelta giusta, senza andare subito verso quella errata. Si riflette, abbandonando la certezza di avere ragione a prescindere, abbattendo ogni paraocchio e pregiudizio, ascoltando tutti e cercando di capire quale può essere la strada giusta, evitando di andare verso quella che per molti è quella sbagliata!

7. Il tuo gruppo è un gruppo, non una setta. Altro grandissimo errore! Al rischio del litigio interno si affianca quello dell'astrazione del gruppo dal mondo. Sentirsi di essere perfetti e infallibili tende a voler staccarsi da "tutto il resto" dando vita ad un gruppo chiuso, devoto al proprio ideale e magari anche ai comportamenti sbagliati, che possono essere quindi non di un singolo ma di tutto il gruppo, di tutta la setta". Come a dire, in questo caso, siamo tutti dalla parte della ragione e voi non valete una cippa. E ovviamente, la cosa più brutta è vedere poi che una singola persona, in grado di capire la situazione, fa notare minimamente il problema e viene immediatamente mangiata, quasi ad essere tacciata come "eretica", come una Salsi di questi giorni, ad esempio...

8. Non vi arrampicare sugli specchi, se sbagliate. Affrontate le conseguenze del vostro madornale errore. Se avete sbagliato, c'è la resa dei conti, come dopo una sconfitta elettorale o una sfida non vinta. E in quel momento, è inutile che si cerchi di giustificare la sconfitta non considerandola tale, esternando magari argomentazioni racchiudibili nel concetto "non è che abbiamo perso, abbiamo non-vinto", oppure dare la colpa "agli altri che se ne sono andati"! Beh, quegli "altri" sono andati via proprio perchè non avete ascoltato le loro esternazioni di criticità della decisione! Se avete sbagliato bisogna affrontare le conseguenze e dirlo apertamente. Almeno, mostrando un po' di coerenza, un minimo di consenso lo si recupera, solamente perché si è stati obiettivi.

9. Una casa diroccata non si spaccia per bellissima. Ovvio il fatto che, dopo troppi errori il gruppo e/o il progetto si sfalda. Vanno via in molto, magari, il progetto risulta vecchio, e allora... Che stai a fare ancora là, se siete rimasti in pochi, decantando il progetto come perfetto quando non si è più come una volta? E' più coerente ammettere che quel gruppo va chiuso, magari facendone un altro con dinamiche diverse e in grado di non ripetere gli stessi errori!

10. Anche se c'è gente che ti sostiene ancora, non vuol dire che l'errore sia contenuto. Anche nei momenti peggiori, resta sempre qualcuno ancorato ad un leader o ad un gruppo. Ma dopo esodi bestiali, bisogna pensarci un attimo, su tutto, a prescindere...

Morale della favola. Basta riflettere un po'. Sia per evitare problemi tra i membri, sia per evitarli tra il movimento e il resto della società.

Se si è obiettivi si potrà discutere, se si è autorevoli la gente segue le tue scelte. In questa maniera, ci sarà dialogo, dentro e fuori, affichè tu, o il tuo gruppo, davanti ad un confronto, non facciate mai la parte del piccione, come recita il seguente paragone - creato in questi giorni per andare contro una determinata realtà ma che, secondo noi, non è relativa ad essa, ma a qualsiasi persona o gruppo incoerente - . Per questo noi la riformuliamo, e concludiamo, dicendo che

"Discutere con un incoerente e che non riconosce i propri errori è come giocare a scacchi con un piccione: potresti essere il più grande giocatore di scacchi del mondo, ma il piccione continuerà a rovesciare tutti i pezzi, cagherà sulla scacchiera e camminerà impettito andando in giro con aria trionfante."

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