Ma è sempre il caso di fare la morale? Ezio Bosso e i soliti processi social

Di Simone Digrandi - È chiaro. Siamo rimasti tutti di stucco, scoprendo - in una serata televisiva che non ti aspettavi finisse così - la figura di Ezio Bosso, che molti - io per primo - non conoscevamo. Lui arriva, a Sanremo, non ci parla solo di musica, fa di più: ci dà un tostissimo esempio di vita lanciando un messaggio che ci colpisce, rapidamente. Ma nonostante dovesse essere tutto così chiaro a chiunque, ecco che il giorno dopo, come sempre, arriva il momento del controprocesso: un'accusa che per la prima volta non attacca la persona, l'artista, l'uomo, ma tutti noi, colpevoli solo di aver apprezzato ciò che era successo. Ed ecco che ancora una volta emerge la solita storia: siamo sempre tutti pronti a processare chiunque a mezzo social, per qualsiasi motivo, in qualsiasi modo.

Il fatto: il giorno dopo l'esibizione di Bosso e migliaia di condivisioni a lui dedicate, la risposta: condivisioni di stati feroci, dove soggetti non ben identificati (nessuno dei miei amici quindi, sono ricondivisioni) dall'alto della loro osannante perfezione social attaccano tutti coloro che hanno invaso la home di Facebook su questa vicenda, con attacchi di media-alta cattiveria, la cui sostanza è del tipo "ieri sera avete condiviso, poi ignorate sempre i disabili e non aiutereste mai uno in carrozzella, domani tornerete ad essere i soliti pezzi di merda egoisti, voi fate tutti schifo". In alcuni casi, l'accusa è addirittura "apprezzate il disabile ma poi siete contrari alle unioni civili" classica storia di collegamenti improponibili simili al classico "festeggiate il 25 aprile, ma non pensate ai Marò".

Ma forse forse ci sarebbero un paio di cose su cui questi signori (e tutti noi, ubriachi di sentenze, critiche, stati da 'so-tutto-io') dovremmo riflettere. Punto primo: Chi siamo noi per giudicare? Siamo dentro l'altra persona? Siamo in grado di sapere cosa ci sia dietro ogni condivisione di una frase o un video di quella sera? No. Non possiamo sapere se chi ha condiviso quell'esibizione o il messaggio lanciato da Bosso l'ha fatto per "lavarsi la coscienza" o perché qualcosa dentro di lui si è mosso, perché la vicenda umana e artistica gli ha dato un reale scossone e lo ha fatto riflettere. Ancora, è chiaro che il messaggio di Bosso non aveva come oggetto unicamente "pensate a chi come me è diversamente abile" ma era rivolto a ognuno di noi e alle nostre battaglie? La sua vicenda umana ed artistica non insegna solamente l'importanza dell'essere vicino in tutti i modi possibili alle difficoltà di chi ha diverse abilità (che dovrebbe essere una cosa già assodata dentro ognuno di noi, a prescindere) ma il fatto che se lui grazie a ciò che aveva dentro ha superato le difficoltà di una malattia terribile, allo stesso modo ciò che è stato donato a ognuno di noi può salvarci. Tutti viviamo sfide, ostacoli, problemi, confusioni, incomprensioni, conseguenze di scelte nostre e scelte di altri per noi. Tutti abbiamo piccole battaglie, grandi battaglie e spesso "battagliette" che ingigantiamo come se fossimo tipo Davide davanti Golia ma senza fionda. Ecco dove sta il vero messaggio di quella sera: renderci conto che le battaglie della nostra vita possono essere a volte molto più leggere di quanto pensiamo, e sopratutto, che se tirassimo fuori la nostra forza potremmo farcela. Quale forza? Noi stessi, ciò che siamo. Per Bosso è stata la musica, per ognuno di noi può essere un'arte, una competenza, una forza, un modo di organizzare, vivere, fare, che può aiutarci: che sia un "rimetterci in cammino" o un costruire qualcosa di nuovo.

La verità è solo una, e i social ce lo stanno dimostrando: la vera disabilità, quella grave, quella che crea problemi e conseguenze nefaste, è la mancanza di un po' di cuore. Quella mancanza che ogni giorno ci fa pensare di essere i migliori sulla terra mentre il resto è sempre e solo una feccia, o che, contemporaneamente, mentre verso gli altri è sempre un "fate schifo" lo è anche dentro di noi, quando il pessimismo ci avvolge e non ci fa capire quanto ciò che abbiamo dentro ci può salvare...

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