La scuola e la filosofia, l’inutile e l’origine – Parte I

Di Corrado Schininà – Questo pomeriggio, mentre scorrevo (un po’ annoiato a dire il vero) le notizie del giorno, mi sono imbattuto in un articolo vecchiotto, datato marzo 2015, nel quale veniva spiegato che il governo spagnolo aveva (o ha) intenzione di rimpiazzare gran parte delle ore di filosofia con quelle di educazione finanziaria.

Chi già mi conosce, e sa che sono studente del III anno nella facoltà di Filosofia a Bologna, potrà già aver intuito il mio sdegno. Non tanto per voler introdurre questa disciplina, dicasi “educazione finanziaria”, quanto per il fatto di voler diminuire fino a far annichilire le ore di studio dedicate alla filosofia.

Le motivazioni di questa decisione vengono essenzialmente ricondotte all’impreparazione dei giovani verso i temi economici e, per i “consumatori di domani”, così si era espresso il ministro Ignacio Wert, questa è una grave lacuna che va colmata.

Ora, sento un calderone di risposte balenarmi incessantemente in testa, tuttavia – per non disperdermi nei meandri delle mie ire – dovrò essere molto sintetico e tematico pertanto, spezzo l’articolo in due parti: nella prima, quella che state leggendo, proverò a descrivere (secondo me) l’origine di una frase che sento molto spesso (e che trovate sottolineata nel paragrafo sotto), nella seconda spiegherò le ragioni per le quali la filosofia non solo merita di restare nei licei, ma va estesa a tutto il sistema scolastico. 

Intendo esordire facendo notare il sottofondo su cui si muove questo provvedimento governativo: l’economia è utile, la filosofia lo è molto meno; l’economia è pratica; la filosofia è astratta; l’economia è spendibile nella realtà; la filosofia è inutile. Anzi, per usare un’espressione molto in voga, diciamo che la filosofia è bella ma inutile.

C’è da dire che “l’inutilità della filosofia”, non è una questione nuova: già Giovanni Gentile, ministro dell’Istruzione e autore della riforma scolastica che porta il suo nome, nell’opera Difesa della Filosofia, si ritrovò a proteggere la disciplina da coloro i quali la volevano rimuoverla dalle aule dei licei. Oggi come allora, la logica di ciò che è utile è giusto e il resto no imperversa nel comun pensare della gente.

Limitandomi a fare una raffazzonata e precaria archeologia (in senso nietzschiano, rifacendomi a qualche conoscenza acquisita durante il corso di Estetica) di questa idea, devo richiamare il concetto di Arte e, sebbene in un primo tempo mi troverete fuori luogo, dopo vedrete che ogni elemento del puzzle si metterà a posto e capirete dove voglio arrivare.

In epoca Classica l’arte (la cui etimologia significa “saper fare”) non era considerata inutile, né aveva come scopo la bellezza, era piuttosto parte integrante del sentimento religioso/civile dei greci. Nel Medioevo avvenne una separazione: da un lato le materie del trivio (dialettica, grammatica, retorica), dall’altro quelle del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia). A cavallo tra Medioevo e Rinascimento, si assistette al progresso di nuove discipline che reclamavano lo statuto di arti libere, sto parlando di architettura, pittura, scultura e poesia e questo movimento fece entrare in crisi il limitativo schema del trivio e del quadrivio. Nel ‘600, in concomitanza con la rivoluzione scientifica avviata da Galileo, l’attenzione si sposta dal soggetto all’oggetto: tutto ciò che studia l’oggetto, ritenuto imparziale e dal quale è possibile astrarre verità obiettive è scienza, tutto ciò che si focalizza sul soggetto, sulla sua capacità creativo-astratta-simbolica è “arte bella” ed è secondaria. Nel ‘700, il noto enciclopedista Jean Baptiste d’Alembert, suddividendo il sapere, tolse l’aggettivo “bella” da arte, lasciando intuire che l’arte ha solo per oggetto il bello e – a noi interessa il background – tratta cose inutili.

Da lì a poco la rivoluzione francese si rivelò un’utopia e Robespierre instaurando il Regime del Terrore divenne il massimo esempio di un sogno infranto. Se i valori del 1789, fondati su uguaglianza, fratellanza, libertà, che promettevano epoche d’oro fondate sulla cultura e sul progresso, si videro frantumarsi contro i muri della corruzione politica, un’altra rivoluzione attecchì e i suoi valori sono ben impressi nelle nostre menti: la rivoluzione industriale, nata nel Regno Unito. Con essa, si amplia il già presente tema riguardante “l’utile”: conta il profitto, quindi la produzione, quindi il lavorare, quindi la concretezza e, visto che il tempo è denaro, non c’è tempo per riflettere e filosofeggiare. D’altronde con la cultura non si mangia

Avete notato che le ultime due frasi sottolineate più “la filosofia è bella ma inutile” sono affermazioni molto usate? Non è che, per caso, il concetto di utile, nasce da determinate circostanze storiche e noi lo abbiamo messo ingiustamente sul piedistallo dei nostri valori? E se è così, nasce forse da qui la maggiore importanza che oggi viene attribuita all’economia sulla povera e disgraziata filosofia?   

Per ragioni di stanchezza, qui termino la prima parte, nella successiva spiegherò perché, secondo me, la filosofia non merita solo un posto tra le materie del liceo, ma anzi, meriti di essere ampliata a tutti i gradi di istruzione. Sia chiaro, qui intendo solo dare la mia visione dei fatti. Ditemi le vostre.

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