Il Disagio della Civiltà: uno specchio sulla realtà? – Parte I

Di Corrado Schininà – Ieri pomeriggio stavo osservando, con un filo di noia e curiosità, la mia libreria e mi sono imbattuto in un piccolo libricino, le cui dimensioni ridotte lo rendevano ostico alla vista. Non riuscendo a leggere il nome dell’autore, l’ho estratto dagli altri testi e nel giro di pochi attimi mi sono sentito travolto dalle nozioni che proprio da quelle pagine ho appreso. 

Il testo in questione è il Disagio della Civiltà di Sigmund Freud. La ri-scoperta di questo libro, su cui scrissi un saggio per l’università, ha ispirato l’articolo di oggi: quello che mi accingo a fare è una breve, essenziale (e senza pretese) sintesi delle ragioni per le quali Freud riteneva la felicità una meta irraggiungibile per l’essere umano. Pur condividendo o meno le sue tesi, è impossibile non rimanerne quanto meno ammaliati.

Sebbene il testo sia molto breve (circa 90 pagine), l’opera è densissima e costituisce il punto d’arrivo di un lavoro trentennale compiuto dall’autore. Vista, pertanto, la mole dell’opera, come di consuetudine, spezzo l’articolo in due parti.

Innanzitutto vediamo il contesto dell’opera: fu pubblicata nel 1929, proprio la settimana successiva al crollo della borsa di Wall Street. A quel tempo l’ideologia fascista stava ammaliando l’Europa e si accingeva a fare proseliti in altre nazioni (tra cui la Germania) e il ricordo della prima guerra mondiale era ancora troppo vivido per non lasciare pesanti cicatrici sulle coscienze delle persone. Freud, attento osservatore, intuì prima di tanti l’imperversare di Thanatos (la pulsione di morte) nel corso della storia e il secondo conflitto mondiale ne darà la triste conferma. 

Alla luce di tutto ciò, possiamo capire perché la natura del testo sia palesemente pessimista. Fatta la premessa, veniamo ai concetti.

Freud distingueva due tipi di felicità: il primo è riconducibile sotto il termine gioia, il secondo si esprime bene nella frase assenza di dolore. Gli individui, a seconda delle loro esperienze, tendono a far propria l’una o l’altra definizione. 

Il padre della psicanalisi non lo mise mai in dubbio: è senz’altro certo che la meta più ambita dell’uomo sia essere felice. Peccato che ciò sia impossibile. Infatti, la sofferenza è una sensazione troppo soverchiante e quest’ultima palesa la sua implacabilità in tre aspetti: siamo sofferenti verso la natura, potenza primordiale invincibile, siamo sofferenti verso il nostro corpo, fragile e destinato a morire, siamo, infine, sofferenti verso la società.

Ora, se è vero che contro la natura non possiamo nulla (palese è la somiglianza tra Freud e Leopardi, entrambi concordi nell’affermare che alla natura prema solo la sopravvivenza, non nutrendo alcun interesse per la felicità delle sue creature), se è altrettanto vero che siamo sofferenti verso il nostro corpo, destinato a perire, perché siamo sofferenti anche verso la società, che gli individui stessi hanno creato? In altre parole, per quale ragione la comunità nella quale viviamo ci pone a distanza siderale dalla felicità? E se la società non persegue lo scopo della felicità, perché esiste? 

Freud ritiene che la risposta “la società esiste per creare relazioni sociali e proteggerle” sia troppo banale, seppure vera. Serve una risposta più accorta ed esauriente. Per trovarla, sarà necessario guardare dentro noi stessi. La società nasce, usando i termini della meta-psicologia, per desiderio di Eros (la volontà positiva e creatrice dell’essere umano) e Ananke (il concetto sintetizzabile con “necessità”). 

Bene, ma allora da dove nasce il famoso disagio della civiltà, che porta l’individuo alla nevrosi? La risposta è complessa e celata. Da questo momento in poi sono sicuro che molti di voi non condivideranno più il pensiero freudiano, bollandolo come mera fantasia. Ma vi invito, in ogni caso, ad essere il più attenti possibile.

Mano a mano che la società si evolse, fu necessario, per una pacifica convivenza, compiere delle rinunce pulsionali. La più grave rinuncia è costituita dal divieto dell’incesto.

Tutti gli individui, con il complesso edipico, verso i 2-3 anni, provano attrazione per il genitore del sesso opposto. Ma è un amore non compreso e angosciante: non compreso, perché il bambino (e faccio l’esempio al maschile) fraintende l’affetto materno con il desiderio sessuale, angosciante perché il bambino vede la madre giacere col padre e verso quest’ultimo prova invidia, ma anche affetto. 

Quando l’infante capisce l’impossibilità di questo suo amore, si rassegna, nasce il Super-Io, che da quel momento in poi sarà per l’individuo la voce del “devi fare questo, non devi fare quell’altro”. 

Il Super-Io, sin dalla sua nascita, rivaleggia con l’Es, la voce istintiva dell’Io. L’Io deve mediare tra questi due opposti.

Ora, sebbene il bambino non abbia giaciuto con la madre, da quando è nato il Super-Io, gli viene il senso di colpa e un senso di disgusto al solo pensiero. Il Super-Io conduce al senso di colpa e rievoca puntualmente un senso di malessere. 

La società, in tutto ciò, accumula divieti su divieti, obblighi su obblighi e, se non assolti, non fanno che creare ulteriore disagio negli individui. Freud, in questo contesto, è molto netto nel dichiararsi contro ogni etica ed ogni religione: la prima (pur partendo con l’intento di garantire una vita giusta) aggiungono norme comportamentali da eseguire, ulteriori obblighi, ulteriori divieti; la seconda crea soltanto illusioni. In tutto questo, il principio di piacere (nato nell’Es e fortemente voluto dall’Io), è soffocato dalla società: nasce lo stress, nasce la nevrosi, nasce la depressione.

Non solo, la società, sviluppandosi, ha richiesto ai suoi partecipanti una sempre maggiore efficienza e produttività. La felicità degli individui continua ad essere ignorata. Il dovere scalza e sovrasta in maniera netta e umiliante il piacere, gli individui sono sempre più depressi e nevrotici.

In questo passaggio, della società che conduce alla nevrosi, convergono pienamente Freud e Nietzsche: quest’ultimo, in Genealogia della Morale, identifica il corso della storia come l’incremento di una costante nevrosi.

Rileggendo, mi rendo conto di aver condensato molto, forse troppo. Sebbene mi prema dire giusto un paio di cose, ritengo più giusto rimandare a prossima settimana… 

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