Brexit: il punto del (non) ritorno

Di Corrado Schininà – Dopo l’omicidio della deputata laburista Jo Cox e il grido Britain First dell’assassino, sembrava che il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE fosse una mera formalità. Formalità avallata anche dal primissimo exit poll che vedeva gli europeisti avanti di due o addirittura quattro punti sui vari Farage e Johnson.

E invece no. Piaccia o non piaccia, il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea e lo si deve ad una scelta libera e democratica dei suoi cittadini. Attenzione però, da premesse positive, come quelle di un referendum che chiama in causa un popolo sul proprio destino, non discendono automaticamente conseguenze positive, come il risultato cui tutto il mondo ha assistito. È giusto dare voce al popolo, ma questa voce non ha necessariamente ragione.

Ad ogni modo, più che accusare o elogiare l’esito del referendum o prevedere imprevedibili scenari socio-economici, trovo più utile riflettere su questo No all’UE. Mi aiuterò col libro Terra e Mare di Carl Schmitt.

Chi fu Carl Schmitt? Un nazista, un nazista dichiarato. Allo stesso tempo un giurista e un filosofo di fama mondiale. Cos’è Terra e Mare? È un saggio che Schmitt scrisse per sua figlia Anima nel 1942, in piena guerra mondiale, nel quale rielabora la storia del mondo sulla distinzione tra i popoli di terra e i popoli di mare.

Esistono potenze di terra e potenze di mare, argomenta Schmitt. Le tensioni tra Russia e Inghilterra a fine XIX secolo erano spesso simbolizzate come le tensioni, rispettivamente, tra il Grande Orso e la Balena. Terra contro mare. Ma è solo uno dei tanti esempi che si sono susseguiti nella storia: ad esempio, il califfato arabo rappresentò la più grande potenza di terra nel Medioevo, cinque secoli dopo Venezia divenne la più forte potenza di mare.

Ma quali sono le differenze tra un popolo di terra e un popolo di mare? Se un popolo di terra trova la sua identità e i suoi scopi nel territorio che occupa, una potenza di mare, come Venezia prima e l’Inghilterra dal XVII secolo in poi, non trova la sua realizzazione nell’identità culturale di un territorio, ma nei commerci; una potenza di mare non ha interesse a darsi dei confini, perché il mare sbaraglia i suoi orizzonti.

D’altronde, riprendendo sempre Schmitt, se l’Europa è occupata da una molteplicità di stati, il mare è di tutti e di nessuno ed è finito per diventare dell’Inghilterra, grazie alle sue abilità. Dal 1533, anno delle sue prime spedizioni oltremare moderne, l’isola britannica ha avuto la capacità di diventare il più grande impero marittimo della storia, protagonista di primo piano nell’Europa continentale e, soprattutto, protagonista senza eguali nel mare. Citando Walter Raleigh: «chi domina il mare, domina il commercio del mondo» (p. 89 Terra e Mare, Carl Schmitt, Adelphi, 2002).

Ciò che possiamo imparare da Schmitt è proprio questo: lo spirito britannico è innanzitutto votato al mondo, non vuole essere chiuso negli angusti spazi geografici. Questa è una prima interpretazione. Attualizziamo e guardiamo più in là.

Perché il titolo dell’articolo parla di un (non) ritorno?  Perché con l’uscita dall’Unione Europea, il Regno Unito ha ripristinato (o tenta di ripristinare), consapevolmente o meno, quello spirito liberale e globalista, che ha caratterizzato la sua storia moderna. Il mare, i mercati, i commerci con qualsiasi angolo del mondo, sono la spina dorsale della cultura britannica, ciò che hanno fatto davvero la fortuna del Regno.

L’Unione Europea ha senz’altro un’anima liberale (liberista) e globalista, ma è in crisi costante. I maggiori responsabili a livello superficiale sono gli apparati tecnocratici, le concertazioni estenuanti e le burocrazie appesantite.

A livello più profondo ci accorgiamo che è stato ignorato un aspetto fondamentale: la cultura europea. Dal dopoguerra a oggi sono stati fatti encomiabili sforzi in vista dell’unità economica europea, laddove dagli anni ’80 ad oggi (escludendo il progetto Erasmus e poche altre mele d’oro) è stato fatto molto poco per l’identità europea. Attenzione, non si parla di creare ex novo un’identità europea: essa esiste, ma giace stordita, sopraffatta dalle grida dei populismi più beceri. Il punto centrale è coltivare questa identità europea. E ciò non è stato fatto.

Il Regno Unito, liberale (liberista) fino al midollo (o quasi) reclama i suoi spazi, le sue libertà. L’Unione Europea goffa e fiacca non tiene il passo. E il Regno Unito allora la lascia indietro.

Certo, ragioni economiche, ma soprattutto ragioni culturali. Il Regno Unito ha dato moltissimo all’Europa e l’Europa ha dato moltissimo al Regno Unito, ma una cultura autenticamente europeista era arrivata fin troppo fiacca alle soglie del Big Ben…

In Europa senza UE, questa è la storia del Regno Unito, situazione sicuramente agevolata dallo spirito britannico, più globalista che europeo. Ma in fondo, se a questo punto ci siamo arrivati, è perché nell’UE non esiste più alcuno spirito europeo. Quello che dico non è originale, a questa conclusione siamo giunti più o meno tutti. Ma proprio questo fatto lascia maggiore rammarico: perché, data questa diffusa consapevolezza, non si è fatto abbastanza? Ha veramente l’UE l’intenzione di difendere la cultura europea? O vuole salvare solo i loro mercati?

Se il paradigma corrente prevede che da un’unione economico-finanziaria ne segua una culturale, è palese il fallimento di questa relazione. E, nello stesso tempo in cui pensiamo, abbiamo perso l’Inghilterra. Goodnight Europe!

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