La corte costituzionale aumenta l'età pensionabile dei docenti universitari: Il giubilo dei baroni

Di Michael Surace - La pluricriticata “Legge Gelmini” portava in realtà alcune importanti novità positive almeno sul fronte della lotta ai Baroni: tra queste novità c’era l’obbligo da parte dei professori universitari di andare in pensione – come qualsiasi altro lavoratore – alla sua naturale età pensionabile. Succedeva infatti che molti professori universitari (fenomeno tutto italiano) decidessero di insegnare anche oltre i 70 se non 80 anni. Spesso questi professori così “stakanovisti” sceglievano di rinviare il pensionamento anche per puntare a cariche d’ateneo importanti, come ad esempio il Rettorato, che sembravano quasi “naturali ricompense” per terminare la propria carriera al culmine e poter così garantirsi una migliore pensione una volta lasciato il mondo universitario. Altri semplicemente, pur non essendo più in grado di insegnare per motivi fisici, decidevano di mantenere la cattedra per incassare lo ! stipendio da professore  approfittando della pazienza dei propri assistenti-ricercatori sotto pagati che avrebbero fatto per anni le veci dell’ “emerito”professore. Infine in tutto questo c’è anche il diritto dello studente a ricevere una formazione universitaria aggiornata e di qualità: per quanto un professore di 70 anni possa essere erudito e preparato, difficilmente potrà frequentare corsi di formazione e aggiornamento e garantire così un livello d’istruzione adeguato ai propri studenti. Era questo il senso della Legge Gelmini sulla materia del pensionamento dei professori: svecchiare i professori universitari ed evitare fenomeni di baronismo come quelli citati sopra.

Tutto questo dicevamo fino a ieri: la Corte Costituzionale ha di fatto annullato la Legge Gelmini in materia e ha prolungato l’anno di pensionamento dei professori universitari. Giubilo per i “conservatori” nelle università italiane, con professori  70enni che tornano alla ribalta per questa o quella carica, e scoramento e incredulità invece da parte di chi l’università italiana la vuole riformare.

Forse gli sconfortanti dati sul livello di istruzione universitario italiano a livello europeo e mondiale che ci pone sullo stesso piano dei Paesi dell’America Latina dovrebbe farci pensare che qualcosa va cambiato se non rivoluzionato per il bene del Paese, perché se è vero che non tutti i cambiamenti portano al miglioramento, è anche vero che senza cambiamento è impossibile migliorare.

 

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