"Spezzare le catene del silenzio" L'articolo di Anna Giallongo vincitore del concorso FIDAPA "Basta violenza sulle donne" 2013

E' così che Youpolis vuole proporre, per il secondo anno, un importante spunto di riflessione in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. E non è un contributo a caso, ma un pezzo che ha avuto un adeguato e meritato riconoscimento: la nostra Anna Giallongo ha vinto il primo premio del concorso FIDAPA 2013 "Basta violenza sulle donne" che pubblichiamo integralmente:

«Nel nostro paese diminuisce sempre più il numero generale degli omicidi, aumenta però, quello in cui vittime sono le donne. Il Ministero dell’Interno ha registrato in dodici mesi 4500 denunce per violenze, abusi, aggressioni sporte da donne a polizia e carabinieri. La più recente approfondita ricerca, condotta in proposito dall’Istat e durata ben cinque anni, ha dato un risultato agghiacciante: In Italia il 91,6% degli stupri non viene denunciato; la percentuale cresce quando si parla di aggressioni non sessuali: passa sotto silenzio il 96% delle ingiurie fisiche subite, per mano maschile, dalle donne. Dunque intorno a quel 6%, in media, di aggressioni che arrivano agli onori delle cronache c'è un mare immenso di violenze delle quali non si sa niente.» -Come se fosse facile spezzare le catene del silenzio! – pensava Paola mentre scorreva veloce le pagine di una rivista. - Nessuno pensa a tutte quelle domande che ci poniamo? Perché sembra così semplice? Quelle poche coraggiose spesso finiscono assassinate o gravemente ferite. E se anch’io decidessi di parlare, cosa farei? Dove andrei a vivere? Che fine farebbe Lui? E la mia bambina? Che futuro potrei darle io?

Poi cominciò a ricordare quel giorno in cui pioveva… sì, quel giorno, quando conobbe LUI, il suo Inferno personale. Era appena uscita dall’ufficio quando venne sorpresa da un terribile acquazzone; a piedi e senza ombrello, decise di riparasi nel primo bar che le fosse capitato davanti, così, attratta da una scritta luminosa decise di entrare; si guardò intorno notando, a malincuore, una gran confusione. Si fece strada e si diresse al bancone. Nell’attesa che la sua bevanda calda fosse pronta, continuò a guardarsi intorno, quando due occhi grandi e luminosi si incrociarono con i suoi: mai visti occhi così belli, capaci di farla sognare … ma la voce del barista la riportò con i piedi per terra. Bevve la sua bevanda lentamente, ripensando a quegli occhi; rimase lì seduta per più di un’ora, ma dell’uomo misterioso non vide più tracce. Si era fatto tardi e la pioggia ormai era cessata, così s’incamminò verso casa. Non riusciva a non pensare a quegli occhi così belli, così misteriosi. Mancavano pochi metri a casa, quando vide una figura maschile appoggiata al portone: continuò a camminare senza volgere lo sguardo a quella misteriosa persona che, però, le rivolse la parola: «Questo non deve essere un caso! » Si voltò e rimase di sasso nel constatare che fosse proprio lui, l’uomo dagli occhi ammalianti! « Per caso la conosco? » chiese, cercando di rimanere sulle sue mentre nella sua mente diceva: “ Certo che lo conosco, l’ho visto al bar…”.
Ma in realtà la sua risposta fu : « No, effettivamente non mi conosce, piacere io sono Fabrizio»
« Piacere mio, Paola…» «Allora, era davvero caldo il caffè? » « Mmm veramente no, ma l’ho bevuto lo stesso, dopo una giornata stressante ci voleva proprio. Ora per fortuna torno a casa, ma lei che ci fa nel mio quartiere? » « Dammi del tu, ti prego. Io ho un appuntamento…devo scappare La sua testa pensava. “ appuntamento? Sicuramente con un’altra donna”, poi lui completò la frase -…il mio cliente abita in quel palazzo verde, anche di sera si lavora, purtroppo. »
Paola non avrebbe potuto mai dimenticare quel primo dialogo con l’uomo che poi sarebbe diventato il suo più grande amore, il padre di sua figlia, ma soprattutto anche il suo più grande incubo.
Ed ecco, dopo cinque anni, si ritrovava a leggere articoli sulla condizione di donne simile alla sua, a problemi uguali ai suoi:quando il trucco non riusciva a coprire un livido era sempre pronta ad inventare una scusa; “sono inciampata”, “ho sbattuto contro uno spigolo”;molte volte non riusciva a capire se le facesse più male essere picchiata o insultata. Da cinque anni fingeva di stare bene, ma sopportava a malincuore gli sguardi pieni di compassione della madre quando le trovava un nuovo ematoma, prontamente giustificato. Da cinque anni che rifiutava ogni invito a cena, un aperitivo o anche una passeggiata con le amiche per timore di non poter tornare a casa serenamente e magari far spaventare la bambina; sì proprio lei, la sua dolcissima bambina, per la quale sognava un futuro diverso di rispetto e amore coniugale; sua figlia era l’unica ragione per cui continuava a vivere. A volte si guardava allo specchio ed osservava sul corpo cicatrici, testimoni di ricordi orribili, passati ma indelebili. Ma ciò che le faceva più male era quel senso di vuoto indefinibile che avvertiva lì nel petto, dentro il cuore. Era stata privata della sua dignità, dei suoi sentimenti, dei sogni, delle illusioni. La mano che la colpiva violentemente aveva offeso mortalmente la sua anima.
Spesso dopo il lavoro avrebbe preferito andare in giro con l’auto per tutta la città, pur di non tornare a casa, di non incontrare il suo sguardo severo, arrabbiato. Anni e anni di lavaggio del cervello l’avevano portata a credere di essere in errore, anzi di essere comunque e sempre essa stessa l’errore.
Quella sera, pensando ai vecchi tempi, quelli della gioia e della spensieratezza, Paola decise di doversi fare un vero grande regalo, il più grande della sua vita: la speranza, la libertà!
Prese la cornetta, chiamò la madre. “Mamma, sto arrivando. Devo parlarti”.
Poi prese per mano sua figlia e si avviò, decisa a spezzare per sempre le sue catene.

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