Se in Italia la musica giovanile non ha vero spazio. Il caso inglese

Di Giosè Chessari - Che il Regno Unito sia considerato la culla della musica degli ultimi decenni già era noto. The Beatles, Led Zeppelin, The Who, Pink Floyd, Queen, Rolling Stones, Radiohead, Libertines, Blur, Iron Maiden, Motorhead, Coldplay, Arctic Monkeys sono alcuni dei prodotti del grande vivaio britannico. E che la musica italiana abbia subito una grandissima influenza dagli artisti inglesi è qualcosa che continua ancora. Un'influenza, che forse fa capire quanto sia immenso il divario culturale e musicale negli ultimi tempi tra U.K. e Italy: Un caso, quello italiano, che se si rivolge ad una cultura parallela, quella inglese appunto, vuol dire che non è messa bene.

Anzi, vogliamo parlare del livello qualitativo della musica italiana di questi ultimi tempi? Troppo banale, molto arida di creatività. Passiamo infatti da artisti che si aggrappano ad un disperato tentativo di ritorno al passato, al caso di altri “cantanti”, senza offesa per chi svolge veramente questo mestiere, che indossano un berretto con la visiera girata a 45°, pantaloni abbassati, catene, lucchetti, guinzagli etc.. scarpe da ginnastica, pieni di tatoo dai capelli fino alle unghie dei piedi, e che con un microfono in mano iniziano a parlare, a dire frasi senza senso, testi inutili e banali, e a ripetere sempre il solito verso: “E me ne sbatto di questa vita del ca**o”. Si potrebbe mai comparare il grande tesoro musicale che si trova tra le terre verdi, i castelli medievali e dentro le tazzine del tè del Regno Unito con la spazzatura che si sta ritrovando tra le stradine di un’Italia sempre più dipendente da modelli nati da reality show o talent show (che come unico talento hanno quello di lamentarsi sempre o litigare con chiunque)? Probabilmente, la differenza principale sta nella mentalità dei due popoli. Specialmente, nel modo in cui hanno di far crescere e dare spazio a nuovi giovani talenti. Ed è proprio su questo che si vuole concentrare la mia riflessione...

 

 

Oltre le grandi band che hanno scritto la storia della musica, tanti giovani britannici ne creano di nuove e hanno il desiderio di mettersi in mostra, di fare ascoltare le loro canzoni, sperano che qualcuno li possa giudicare attraverso la radio o chissà, magari in un live.

Ecco, il live! Un’altra immagine storica del Regno Unito, molto legata al discorso musicale è il “pub”: luogo adatto dove potersi esibire, e tra una birra, due chiacchiere e qualcosa da sgranocchiare, dove molti ragazzi si godono una bella serata all’ insegna della musica e apprezzano tutti questi nuovi ragazzi che si esibiscono. Quella suonata, quella cantata e non quella borbottata, remixata, computerizzata che circola in molti locali italiani. I live sfamano tanti giovani talenti che sono appagati dalla soddisfazione di essere ascoltati da un pubblico che quasi ogni sera cambia e non vanno solo in cerca di soldi, di grandi successi ma con molta umiltà desiderano con tutto il cuore liberare il loro estro, le loro produzioni, come un uccellino dal piumaggio colorato, vivace, stupendo che è rinchiuso in una gabbia sporca, arrugginita e non vede l’ora di essere liberato per volare e diffondere la sua bellezza in giro.

Cosa che in Italia diventa difficile, per tutti gli ostacoli burocratici che vi sono dietro un concerto, che demoralizzano le giovani band. Ne so qualcosa, in quanto pure io suono e ho un gruppo rock e per proporre un piccolo live dobbiamo versare somme che dei ragazzi di 19-20 anni non possiedono. Tra SIAE, affitto di un locale, affitto di un service o addirittura la creazione stessa di un service fai-da-te acquistando amplificatori e strumentazione con i propri soldi, insomma con tutte queste cose la buona volontà di organizzare un live si va a farsi benedire.

Questo, appunto, in Italia.

Nella culla della monarchia, del tè e della musica rock invece è entrato in vigore il Live Music Act, una legge che permetterà a 13mila "nuovi" pub e locali a capienza ridotta di ospitare musica live. Una vera e propria rivoluzione, che se da un lato aiuterà i commercianti ad ampliare il proprio business, dall'altro offre tante nuove opportunità alle band emergenti. Non servono più permessi speciali per organizzare concerti. A beneficiare del nuovo decreto saranno i locali più piccoli - leggi: quelli con una capienza inferiore a duecento persone. Lo scopo è quello di aiutare pub e piccole venues ad ampliare il proprio giro d'affari, dando loro la possibilità di organizzare un numero di eventi sempre maggiore e, di conseguenza, di attirare un pubblico sempre più grande. Il segretario generale della Musicians Union, John Smith, ha detto: «Crediamo che la musica dal vivo sia un aspetto essenziale della cultura del Regno Unito e pensiamo debba essere promossa nel miglior modo possibile. Una vera e propria rivoluzione, che non intaccherà le limitazioni vigenti in termini di orari, la musica cesserà entro le 23.00. Questo è quanto ho letto da un artico on-line sul sito “linkiesta.it”.

Abbiamo sempre copiato dalla cultura inglese, perché adesso per una buona causa non prendiamo esempio? Rivoluzioniamo la mentalità artistica italiana e soprattutto i costumi dei giovani. Creiamo più eventi musicali e non solo, anche teatrali, di pittura nei quali i giovani artisti possano esibirsi. E concludiamo le manifestazioni entro un determinato orario che rispetti le esigenze di ciascuno di noi. Aboliamo le notti dei ragazzi-zombie che barcollano in mezzo alle vie dopo un sabato di sballo, di “falso divertimento”, e per di più sono i principali pericoli in strada e danneggiano le città con i loro atti vandalici. Il classico inglese precisino è certamente un’immagine fastidiosa ma non sarebbe male introdurre un po’ della loro rigidità nel nostro Bel Paese. Localmente, vorrei tanto che la mentalità ragusana si svecchiasse un bel po’. E’ sempre bello poter parlare ai turisti delle nostre feste, le nostre tradizioni popolari ma queste manifestazioni non possono colmare il desiderio di tutte le fasce d’età. E molti giovani presi dalla noia, si trovano a lamentarsi anche in maniera virtuale su “Facebook” scrivendo: “ A Ragusa non si fa mai un ca**o”. Bene armiamoci di “buona creatività” e inventiamoci iniziative, eventi, cosi come si fa in un gruppo di amici. Proporrei di fare un bel viaggio nel Regno Unito, per respirare l’atmosfera britannica e poi ritornare a Ragusa portando quell’accento english molto divertente e tante novità da poter introdurre nel nostro territorio. Chissà magari il mio sogno di vedere la via Roma (da poco rimodernata) piena di pubs, locali nei quali vi è installato un palco pronto ad ospitare musicisti, comici, poeti, ragazzi pieni di sogni, di fantasia che desiderano tanto “divertirsi facendo divertire”il pubblico. Facciamo in modo che non sia un’utopia! Ah, ragazzi, se siete annoiati e state per scrivere su Facebook la frase che avevo inserito precedentemente, cancellatela! Scrivete invece questo: “A Ragusa non c’è nulla da fare? Sono pronto per inventare! “

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