Le nuove Etichette di Rozengracht

Di Chiara Scolastica Mosciatti - Leggo del sindaco di Gagliole Mauro Riccioni che, insieme a tutta la sua giunta, rinuncia alla magra indennità perché il piccolo comune indebitato non diventi un'ulteriore equitalia per i cittadini; poi leggo la lettera di Nazzarena Agostini, sindaco di Appignano del Tronto, che duramente e accoratamente si rivolge alle più alte cariche del paese, maledicendo la grande lotteria che è diventata l'assegnazione dei fondi pubblici in Italia. Mi ricordano, questi atti di gente mia marchigiana, le prese di posizione resistenziale degli operai della VIO.ME di Salonicco.
Da quassù, che il sud è lontano e tutto ugualmente sofferente - ma tanto non si vede - non posso far altro che riallacciare le notizie dell'Italia a quel che la Grecia ha lasciato dentro di me.
La Grecia mi ha inciso il cuore, c'ha messo dentro un seme di dolore e ha ricucito il tutto grossolanamente. In questi primi mesi da migrante, dal petto mi è spuntato un cardo, e tra un conto alla rovescia e l'altro, per cercare di rimanere qui, tamponando come potevo le ferite del cardo spuntato, sono stata obbligata a pensare e pensare e pensare il più profondamente possibile, per non perdere la ragione delle mie scelte, in un paese che sostanzialmente mi chiede di indossare un'altra veste senza troppo badare ai miei gusti e alla mia taglia.

Ho visto ad Atene scene note anche a Roma: derelitti dormienti per strada e giovani bene nei bar giusti, biblioteche storiche chiuse e cattedrali di cemento aperte, cappucci contro elmetti, pietre contro lacrimogeni, indifferenti contro anarchici.
Mi sono chiesta, solo ora e qui ad Amsterdam: perché a Roma tutto questo lo accettavo e ad Atene mi ha scosso? Forse la differenza l'ha fatta la paura della polizia, che a Roma non ho mai provato e invece ad Atene sì. Eppure Genova è storia recente ed è storia italiana, e da allora in avanti, non è che di abusi da parte delle forze dell'ordine non ne se sia più sentito parlare.


Quando dico a Giulia, nata torinese ed educata inglese, che vorrei intervistarla, lei arrossisce. Con una collezione nuova, sono tornata a The New Label Project -il suo negozio-galleria di Rozengracht- , venti giorni dopo esservi entrata per la prima volta, quando lei mi disse:
"sei brava, fai di più". 
E' tutto bianco a TNLP, a parte uno specchio con una grossa cornice dorata.
"E quella?"
"Quella l'ho messa io. Solo un contesto così neutro può farti apprezzare appieno qualcosa di tanto ricco!"
Giulia si è rifiutata di adattarsi al gusto gezellig così caro ai locali amsterdammer ("gezellig? Vuol dire cozy, warm, è il tappeto a terra e l'abat-jour sul comodino, la cornice con la foto proprio come se fossi a casa... non siamo mica a casa! Siamo in una città metropolitana, per altro la più interessante d'Europa, in questo momento!"); a TNLP lo spazio è esattamente una tela intonsa.  L'unità minima di senso è costituita da dei cubi espositivi, che diventano teatri, quando the new labels -le nuove etichette- arrivano a riempirli. Ed è bello vedere quanto diversi siano tra loro, gli oggetti fatti tutti a mano; ed è vero, li puoi apprezzare tutti e appieno in questa soluzione così democratica e razionale di suddivisione di uno spazio neutro. Infatti le persone che entrano a TNLP  non saltano neanche un cubo.
"Il dettaglio cattura l'attenzione, ma poi ci si aspetta un appagamento estetico più ampio per l'essersi fermati a guardare. E' questo il mio rapporto con l'arte."
Mentre Giulia tocca e soppesa e prova le mie creazioni, penso se farle o no una domanda intorno a tutte quelle ragioni che mi hanno fatto spuntare il cardo dal petto.
Gliela prometto, la domanda, ma non gliela farò.
Non siamo a casa e certe cose dobbiamo pur dimenticarle.
O metterle nella nuova etichetta.

Le rubriche

IDEE A CONFRONTO

Contributi e riflessioni

   
FLUSSI DI COSCIENZA

di Corrado Schininà

   
DIPENDE DA TE

di Simone Digrandi

   
PILLOLE DI CULTURA
Autori, eventi, recensioni